Patois

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Transcrizione D. Garibaldo
ANĀ FNEA A MIARAURA
La fienagione a Millaures

Miaraura
/Millaures è il paese dei miei avi e, pur essendo nata a Torino, la prima volta che mia madre mi portò a casa avevo solo pochi giorni e ad accogliermi trovai una bella nevicata e larghi fiocchi candidi che si posavano sul mio volto. Mia madre dice che continuai a dormire placidamente. Evidentemente buon sangue non mente. 
Quando qualche anno fa iniziai a raccogliere testimonianze sulla vita e le attività passate di questo paese, più che per un vero e proprio interesse, lo feci per curiosità e per riscoprire il piacere di ritornare ai bei tempi dell’infanzia quando, accoccolata ai piedi di mia nonna, l’ascoltavo a bocca aperta raccontare storie fantastiche.
Siccome però l’appetito vien mangiando, mi resi conto ben presto che la curiosità iniziale si andava trasformando in una vera e propria passione.
Man mano che estendevo le mie ricerche attraverso la raccolta di testimonianze, cresceva in me la consapevolezza di essere impastata con il lavoro, la fatica, la cultura e la tradizione delle generazioni che mi hanno preceduto, dalle quali discendo e di cui sono orgogliosa e che le mie indagini altro non erano che un percorso personale alla ricerca delle mie radici.
In questo senso un ringraziamento particolare a “Segusium” che mi ha dato l’opportunità di condividere i risultati di questa esperienza con quanti sono interessati agli antichi stili di vita della montagna e a far sì che questo enorme patrimonio culturale, che appartiene a tutti noi, possa non andare disperso.
La quantità di informazioni che avevo registrato su cassetta presso i collaboratori e messo su carta in lunghe e pazienti ore di sbobinatura, aveva raggiunto un volume ragguardevole e aveva urgente necessità di essere in qualche modo ordinata e catalogata.
Così ho pensato che la forma più logica fosse quella di dividerla per tipologia di lavori seguendo il naturale svolgimento delle stagioni e cercando di ricostruire l’intero ciclo di vita.
Ho lasciato la trascrizione delle testimonianze pressochè integrali perché solo così sono convinta si possa lasciare inalterato lo spirito e l’emotività di chi racconta. La traduzione ha seguito lo stesso metodo aggiungendo delle postille ove modi di dire in patuà risultassero poco comprensibili tradotti letteralmente in italiano.
Il glossario integra le spiegazioni di quei termini spesso intraducibili che si trovano in corsivo nel testo.
Per la grafia ho seguito le stesse regole dell’italiano con le eccezioni evidenziate nello specchietto per sopperire ai molti suoni non presenti nella lingua italiana. Ho inoltre fatto riferimento alle grammatiche di Clelia Bouvet Baccon e di Augusta Gleise Bellet con le dovute eccezione del caso in quanto il patuà è una lingua a cui vanno strette le regole grammaticali e può essere anche molto difforme da una frazione all’altra.
Un doveroso ringraziamento va a tutte quelle persone che con pazienza e generosità mi hanno offerto la loro collaborazione; grazie al loro prezioso contributo è stato possibile salvare un pezzetto di storia altrimenti irrimediabilmente perso. Mi sono avvalsa della collaborazione di Aldo Allemand (A.AL) classe 1918, di sua moglie Esterina Allemand (AE) classe 1925, di Maria Allemand (AM) del 1935, Pina Valory del 1922, tutti ‘d Miaraura e di Anselmo Bellet (BA) classe 1918 del Viara, Infine un grazie particolare a mia madre, Adele Allemand (A.AD), classe 1928 ‘d Miaraura, vero volano delle mie ricerche.
Miaraura/Millaures, insieme a lu Mërëzën/Melezet, Arciamurra/Rochemolles e Bardunèicë/ Bardonecchia, costituiva uno dei quattro comuni censuari della Conca fino al 1928, anno in cui furono riuniti in un unico comune come Maximin Gendre (1855-1939) ha  scrupolosamente annotato nel suo memoriale: “L'anno 1927 si è messo un uomo chiamato podestà, facente funzioni di sindaco dei quattro comuni, lasciando un sottopodestà in ogni comune, Bardonecchia come principale, e poi Millaures, Rochemolles e Melezet, ma alla fine, nell'anno 1928, si è finito, il 14 novembre dello stesso anno, di riunire i quattro comuni in uno solo a Bardonecchia ”.
Il suo nome risale al latino “miratoria” che significa luoghi panoramici per l’invidiabile posizione che consente di ammirare l’intera conca di Bardonecchia.
Sul suo territorio si contano tredici borgate, otto delle quali costituiscono il nucleo del Frëzné a circa 1390 m e sono lu Pärcià/Prerichard, Baraban, lu Blan/Blanc, lu Ser/Serre, lu Mē/Mei, l’Estadellë, luz Andriòu/Andrieoux e lu Rivau, mentre più a monte si trovano lu Mdau/Medail e Grangë Garnìë/Grange Garnier.
Al Frëzné vi avevano sede il comune, la parrocchia e la scuola.
Più in alto troviamo la Gleiza/Gleise e lu Reo/Reuil a 1556 m e lu Rcià/Rochas a 1701 m. I pascoli e i prati da sfalcio di queste borgate si estendono dal Periö’/Rio Perilleux fin oltre lë Cotë du Bō/Costa del Bosco. L’alpeggio é costituito dalle grange della Bruë/Broue a 1760 m lungo la carrozzabile che arriva ai Bacini.
Gli abitanti del Frëzné hanno il loro alpeggio a luz Öru/Horres, a 1700 m. Anche i prati da sfalcio occupano zone diverse ed é proprio della fienagione che impegnava gli abitanti du Frëzné  che ci occuperemo.
I prati dove si raccoglieva l’erba migliore, nota come fën ‘d metiu, sono quelli ubicati nella zona più bassa, intorno ai centri abitati, mentre nei prati a monte dell’alpeggio cresce un’erba  più rada e fine, spesso mangiata dalle cavallette, nota come fën suvaggë.
Oltre la fascia dei prati da sfalcio si trovano i pascoli estivi che si estendono fino a 2500 m sotto la cresta du Giafrau/Jafferau e sono delimitati grosso modo dal Crō e dalla Gran Cotë o Cotë du Bō /Costa del Bosco a est e dal Mariòu/Rio Malrif a ovest che funge anche da confine con il comune d’Arciamurra/Rochemolles.
Durante la raccolta del fieno alcune piante devono essere scartate come ‘l nunù, la genziana maggiore, i cui steli si devono buttare perché troppo coriacei, come pure quelli dla curdella/l’asfodelo e del veràirë/veratro, quest’ultimi perché velenosi. La lëntilha, una leguminosa dal forte e sgradevole odore, non produce un buon fieno, ha un peso specifico maggiore e il contatto prolungato può causare mal di testa.
Altra erba d’alta quota è ‘l keré, il carice, dalle lunghe foglie nastriformi difficili da tagliare;  i giovani falciatori inesperti, consci di dover ancora imparare i trucchi del mestiere, lo avvicinavano con rispetto rivolgendogli una preghiera:
Bungiū, bungiū keré, i siu in sitū nuvé, lasau talhà siù plé! Buongiorno, buongiorno carice, sono un falciatore novello, lasciatevi tagliare per favore! (AL.A)
La fienagione iniziava ai primi di luglio vicino ai centri abitati, ben serviti da strade di accesso, lu passòu, mentre per quelli a lë muntanhë il taglio era regolato dai Bandi Campestri che ne sancivano l’inizio il 9 di agosto, data che col tempo venne anticipata al 6. La necessità di avere una data di inizio ufficiale evitava che si calpestasse l’erba altrui per arrivare al proprio fondo, nel contempo si aveva maggior possibilità di sorvegliare affinché il vicino non tagliasse, sul confine, più del necessario. Unica eccezione era costituita dalle vedove a cui era consentito iniziare un giorno prima potendo così avvalersi dell’aiuto di qualche falciatore (in genere un parente) che ben difficilmente sarebbe stato disponibile il giorno seguente. I Bandi Campestri regolavano inoltre l’uso dell’acqua del Gran Bea per l’irrigazione dei prati dove veniva falciato l’arcò, il fieno di secondo taglio.
Ogni famiglia teneva un numero di mucche in rapporto alla quantità del fieno accumulato; negli anni di scarso raccolto la gente era costretta a vendere delle bestie nell’impossibilità di mantenerle. Si calcola che per svernare una mucca occorressero circa 15/16 trusa mentre per una pecora ne erano sufficienti tre. Uno sguardo ansioso al fieno che si riduceva inesorabilmente di volume ed un altro al calendario, i contadini ripetevano un proverbio che diceva:
A Notrë Dammë ‘d fiurìë metà fnìë e metà palhìë, ma Diù gardë k’lë sìë, ki biën cuntarìë a Sän Vërantin u l’aribërìë. a Nostra Signora di febbraio (l’11) metà fieno e metà paglia, ma Dio non voglia, perché chi ha fatto bene i suoi conti dovrebbe arrivare fino a San Valentino (il 14) (AL.A).
Inoltre durante le guerre il fieno veniva requisito in quantità insieme con patate e cereali. I numerosi memoriali pervenuti fino a noi annotano minuziosamente i fatti e l’andamento delle stagioni come testimonia Giuseppe Guiffre all’inizio del 1700: “Nell’anno 1711 i francesi si sono accampati a Oulx e sono passati dal colle della Rho. Ci hanno imposto grandi requisizioni di fieno, di paglia e di legname. Ci hanno inoltre imposto di fare un deposito di fieno oltre il ponte di Royeres, un deposito di paglia nei prati dei Blanc e un deposito di legname a Oulx” .
Laurent Allizond annota nel suo diario nell’anno 1867: “il 22 e 23 maggio il gelo ha fatto un male considerevole al fieno e alla segala che avevano avuto un bell’inizio, le acque erano gelate come al mese di gennaio”.
E ancora Maximin Gendre : “L’anno 1922 é  stato molto misero, molto poco grano e il fieno molto al di sotto della metà, e in autunno abbiamo dovuto vendere la metà delle bestie per passare l’inverno a causa della grande siccità. Gli anni 1919 - 20 -21 siamo assediati dalle cavallette e dalle miserie della guerra” .
La famiglia che custodiva i tori per la monta, che dovevano servire tutto il paese, aveva diritto a raccogliere il fieno sui Pra du Biòu, i Prati del Toro, se ne contavano quattro dislocati u Bücilhìë, u Pra du Fau, a Pra Cërìë d’avà e a lë Clèitë di proprietà comunale. Di proprietà della parrocchia era invece ‘l Pra du Curiste in località lu Pulittrë il cui fieno veniva raccolto a turno dai componenti del coro della chiesa.
In concomitanza con la fienagione c’erano la mietitura, la trebbiatura e i lavori dedicati all’alpeggio che consistevano nel portare le mucche al pascolo, mungerle e lavorare il latte. La giornata di quei pochi mesi favorevoli ai lavori agricoli iniziava spesso prima dell’alba  e si concludeva solo la sera tardi dopo aver accudito le bestie e preparato gli attrezzi per il giorno successivo. Si può facilmente immaginare la fatica massacrante a cui erano sottoposti, ben riassunta nel detto:
Sèi mèi d’üvē e sèi mèi d’ënfē. Sei mesi d’inverno e sei mesi d’inferno.
La preparazione alla fienagione iniziava in primavera presto con la pulizia dei prati di modo che la lama della falce non incontrasse ostacoli e non si rovinasse. Le donne indossavano per l’occasione un grembiule bianco di tela di canapa tessuta in casa, simbolo di buon auspicio, di rinnovo e pulizia, un omaggio alla primavera che avanzava. In questo grembiule raccoglievano le pietre e i rametti secchi, a differenza di altri luoghi dove veniva impiegato a questo scopo un apposito canestro (Bardunèicë, Mërëzën). Così ce lo racconta AD.A:
‘-D primmë bunurë, apéinë vië lë neë, lë s’prënìë  ’l raté, in co la fënna i l’avìan ‘l fudī blan ‘d terë ‘d mezun, e i l’anavan a delhurā lu pra. U ‘l raté  lë s’defäzìan la darbuniera, lë s’garavan luz ecoze e la pèira. Vëntavë kë ‘l pra rëstëssë biën proppë për lu setū.



-Cant i s’garavan luz ecoze lë s’fäzìë ünë brasà e i s’bitavë tacà d’ünë plantë u pé du pra o a càirë du pra, pöi cant i l’anavan fnea i s’prënìë këllë brasà d’ecoze, i s’bitavë ëncà sü lë trusë, lë s’pasavë ünë cordë... për alümā ‘l pualë.



-Cant i lh’erë ‘l tën dë fnea, a l’intrà ‘d giülhé, lë nh’avìë pöi lu setū k’i bitavan ‘n trën ‘l dà, i l’ëncëplavan biën e u lë morë din ‘l cuìë i partìan, ciacün lör pra e i l’anavan fnea u lë martlöirë e magari in tok ‘d pan e tummë din lë takë e i l’anriavan, ciakün lör pra.
-In primavera presto, appena andava via la neve, si prendeva il rastrello, una volta le donne avevano  il grembiule bianco di canapa tessuta in casa, e si andava a pulire i prati. Con il rastrello si disfacevano i mucchi di terra delle talpe, si toglievano i rami secchi e le pietre. Il terreno doveva restare ben pulito per i falciatori.

-Quando si toglievano i rami secchi se ne faceva una bracciata e si posava vicino ad una pianta, ai piedi o vicino al prato, poi quando si raccoglieva il fieno si metteva sulle trusa, si legava con una corda, serviva per accendere la  stufa.

-Quando era il momento della fienagione, all’inizio di luglio, c’erano i falciatori che ci davano dentro con le falci affilandole bene e con la cote nel portacote partivano, andavano a tagliare l’erba, con la martlöirë e magari un pezzo di pane e toma nel tascapane e incominciavano, ciascuno il proprio prato.”
Falciare l’erba era considerata un’arte e così pure la preparazione della falce; l’esperienza affinava l’abilità nel dare il giusto angolo alla lama, nel batterla ed infine nell’affilarla con la cote senza consumarla inutilmente. I ragazzi incominciavano a cimentarsi in questo compito fin dall’età di undici o dodici anni. Il padre preparava per loro un fucìë  di dimensioni ridotte, li aiutava a rifare il filo alla lama e insegnava loro la giusta impostazione. Il primo colpo di falce costituiva una vera e propria iniziazione con la quale il fanciullo era consapevole di diventare un po’ più uomo e apprendere in fretta la tecnica gli consentiva di gareggiare in abilità e velocità con gli altri. AL.A, nel suo racconto, ben riesce a farne rivivere il ricordo:
-Esë bun a ëntrincā ‘l dà… lë nh’à ‘l fucìë e pöi ‘l dà, k’u po s’lesā ëncà mèi ebē o ‘n po mèi sarà, slon cummë ‘l fën u l’è gro, si lë nh’à ëncà mèi ‘d fën alurë u s’sarë ‘n brizë k’u possë mordë pa tan gran; nu, can nu chavan par ikì tsu, k’lë nh’avìë bramën ‘d fën, alurë nu sëravan tultën ‘l dà nautrumën l’ē tro penibblë.



-Can lë s’ëncëplë ‘l dà alurë u s’bittë: lë martlöirë, lë s’bittë ‘l fucìë parìë, pöi lë s’markë ëntë k’lë nh’à ‘l tarun e ëntë k’lë nh’à lë puncë, u diòu esë a cumpā, përké ‘l dà u virë cummë in cumpā e për sea l’ändan can lë nh’avìë ëncà mèi ‘d fën alurë lë s’fäzìë l’ändan ëncà mèi etré, ëncà mèi sarà  ‘l dà…



-Emurā … eh!… kekì l’ē ‘n po persunallë, lë nh’à k’i moran e lë nh’à d’autre k’i frëttan i frëttan e i macian ‘l dà e pöi ‘l dà n’ën talhë pa, ikì l’ē n’abilità persunallë, l’esperiansë e esë bun a dunā ‘l fī sënsë maciā ciak càirë e k’u talhë.




-Eburësà, ënvece kl’esë talhà u lh’erë maké eburësà, can tü l’es-cianca maké l’erbë parìë u l’ē maké eburësà. Cant u lh’erë biën chà di: “Baikë, sëmblë k’l’aië pasā u ‘l razū, u l’ē proppi razà”.

Mi mun papà më s’dizìë tëgiū, :“Dì! t’l’ā pòu k’la vaccia ‘t rüzan?” e u turnavë arèirë e mi ‘m fäzìë ünë raggë du diablë!
-Essere capaci a dare il giusto angolo alla falce… c’é il manico e poi la falce che può essere lasciata più aperta o più chiusa, secondo come il fieno era spesso, se ce n’è molto allora si chiude un poco la falce che non possa mordere tanto; noi, quando falciavamo qui sotto, dove c’é  tanto fieno, allora chiudevamo sempre la falce, se no é  troppo faticoso.

-Quando si martella allora si mette  l’incudine, si fa perno con il manico così, dopo si segna dove c’é  la base della lama e dove c’é  la punta, perché la falce gira come un compasso e per falciare l’andana deve essere a compasso, quando c’era più fieno allora si faceva l’andana più stretta e più stretta la falce.

-Rifare il filo...eh!… quello é  un affare un po’ personale, c’é chi sa molare e c’é l’altro che frega frega e consuma  solo la lama e poi la falce non taglia, quella é un’abilità personale, l’esperienza e poi essere capaci a dare il filo senza consumare da tutte e due i lati e fare in modo che tagli.

-Eburësà significa quando il prato invece di essere tagliato era solo rovinato, invece di essere tagliata l’erba è solo strappata, si dice eburësà. Quando era ben falciato dicevi: “Guarda, sembra che abbia passato un rasoio”, era proprio ben rasato.
Mio padre mi diceva sempre : “Di! hai paura che le mucche ti sgridino?” e tornava indietro a falciare i ciuffi che avevo lasciato e a me faceva una rabbia del diavolo!
Incominciavano a falciare lungo le linee di confine prestando molta attenzione a non tagliare sul prato del vicino e quando capitava che la punta della falce sconfinasse, bisognava lasciare la manciata di fieno sul posto al momento del raccolto. A questo proposito c’era anche un proverbio come AL.A ricorda:
Tsu luz Öru lë s’puìë giò sea ‘dran, cëcün anavë sea cant u vurìë, e onhi tan: “Di! tü m’n’a pöi prèi neh, ikiau a lë simmë! Sun ikiau a debuenā.... pa pöi tan neh!. Tü cuneisa la bueina?” përké  i dizìan k’l’ē pa ‘l dà k’robbë, l’ē ‘l raté. Nei prati sotto luz Öru si poteva falciare prima, ognuno andava quando voleva, e ogni tanto sentivi: “Di! me ne hai poi preso neh! Lassù in cima sul confine, non poi tanto eh! …Li conosci i confini?” perché dicevano che non é la falce che ruba ma é il rastrello.
Tra i cespugli e lungo le rive, dove gli uomini non potevano arrivare con la falce, intervenivano le donne con il falcetto affinché neppure un ciuffo d’erba andasse sprecato. Possiamo rivivere quelle scene nelle parole di AE:
U ‘l vuran i l’anavan për arbätā la brua, din lu buesun, can la fënna i mnìan a purtā ‘l dinā, pöi i l’atrapavan ‘l vuran e i l’anavan a arbätā ëntë kë s’puìë pa anā u ‘l dà; la fënna i l’avìan tëgiū ‘l vuran ikì din lë cëntürë du fudī ...dizìan “Uai lë caronhë! Lë sëmblë k’l’aië arbätà u lë lënghë!” Ma tutta la fënna i l’arbätavan... tërsì lë campanhë i lh’erë proppë eh.. nh’avìë pa ‘d buesun, anke për la bestia, la sē, cant i truvavan ‘d sē, i la tüavan, lë sē änté  k’i restavë, lë nh’avìë pa mé ‘d plasë, i lh’erë tu proppë, pok dë fā. Lë s’arbätavë tutë, dran k’l’amnesë lë neë lë s’cuntinuavë a s’arbätā, i l’anavan arbätā la fëlha, e pöi i l’anavan arbätā lë baucë, i mnizìë din lu pra pa sea, kl’erbë longë, u l’anavan ëncà arbätā këllë baucë ikì për ëmpalhā. Con il falcetto andavano per raccogliere sulle rive, tra i cespugli, quando le donne venivano a portare la colazione, poi prendevano il falcetto e andavano a raccogliere dove non si poteva andare con la falce; le donne portavano sempre il falcetto qui nella cintura del grembiule. Quando passavano con il falcetto e lasciavano tutto pulito si diceva “Ah! Che lazzarona! (*) Sembra che l’abbia raccolto con la lingua!” Le donne raccoglievano, così la campagna era pulita, non c’erano cespugli, anche per le vipere, quando ne trovavano le uccidevano, e poi dove restavano? Non c’era posto, era tutto pulito, poco da fare, raccoglievano tutto. Prima che cadesse la neve si continuava a raccogliere, andavano a raccogliere le foglie, e poi andavano a raccogliere lë baucë, un’erba lunga che cresceva nei prati non falciati, andavano a raccoglierla per usarla come lettiera delle mucche.”
(*) lett. “Ah la carogna” modo di dire di una persona.
Il fieno tagliato era lasciato a seccare alcuni giorni durante i quali si provvedeva anche a girarlo con il manico del rastrello o con l’apposito forcone di legno, dopo di che tutta la famiglia collaborava alla raccolta. AD.A:
L fon u restavë ikì ünë giurnà o dua s’lh’erë bé tën, u s’viravë ‘d càirë e i l’anriavë pöi tuttë lë familhë u lu ratiòu, la banata, i l’anriavan a ratlā, a fā ‘d brasà, i l’etëndìan la banata e i bitavan la brasà, dran sei brasà tsu, pöi d’autra sèi sü e pöi ëncà dua o cattrë k’lë fäzìë dë catorzë a sëzzë brasà. Ikì lë s’sëravë lë trusë pöi lë s’bitavë lë leë e u lë miorë dran e vië... lë leë i l’avìë lu liun, la gamba e trèi ban; lë s’pasavë lë cordë dëlvì lu ban e pöi dëlvì lë trusë e lë s’saravë u la mënëvella e vië. Il fieno rimaneva lì un giorno o due se era bel tempo, si girava e poi incominciava tutta la famiglia con i rastrelli, le banata, e incominciavano a rastrellare, a fare delle bracciate, distendevano le banata e mettevano le bracciate, prima 6 bracciate sotto poi altre sei sopra e poi ancora 2 o 4, che facevano da 14 a 16 bracciate. Si chiudeva la trusë e si metteva sulla slitta con la mula davanti e via, la slitta era composta dai liun, le gambe e tre traverse. Si passava una corda attorno alle traverse e poi attorno alla trusë, si chiudeva la mënëvellë e via.
Dal 6 di agosto, dunque in tutti i prati duz Öru ferveva un’attività frenetica e nel giro di qualche giorno, tempo permettendo, veniva completata la falciatura e si incominciava a portare a valle le prime trusa. In ogni appezzamento c’era chi falciava, chi rigirava le andane, e le donne che salivano a mezzogiorno a portare il pranzo. Chi aveva molti prati ingaggiava falciatori dai paesi vicini come ci ricorda BA che arrivava du Viarā / Villard. I falciatori che venivano per il 6 e il 7 di agosto arrivavano du Viarā, da Bardunèicë e tanti da Biulā/Beaulard. Erano circa una ventina e raramente si fermavano più di un giorno. BA lavorava sempre per Allemand Alessandro e ricorda che erano in quattro a lavorare per lui. Davano loro da mangiare e una ricompensa in denaro.
Centinaia di trusa venivano portate a valle in quei giorni e lo spettacolo doveva essere imponente: uomini, donne, bambini e animali erano impegnati in una fatica straordinaria dalla quale dipendeva la loro stessa sopravvivenza. Possiamo solo immaginare il brulichio delle persone impegnate a rastrellare, a formare le trusa, a caricarle sulle slitte e a trascinarle a valle su strette e ripide mulattiere spesso esposte su precipizi tra la polvere sollevata dagli zoccoli dei muli, lo stridore delle slitte sull’acciottolato, il profumo del fieno che si mescolava al sudore del mulo, sotto il sole spesso cocente, con la paura di un improvviso temporale che avrebbe vanificato tutto il lavoro. Più raramente si formavano dei turbilhun, dei turbini d’aria che potevano sollevare in aria e disperdere tutto il fieno di un prato in pochi istanti.
Nonostante tutto, la fienagione era vissuta come una grande festa, un’occasione per stare con gli altri, per raccontare le novità, i pettegolezzi, approfittando del fatto che si lavorava tutti insieme; i bambini erano naturalmente i più entusiasti, ma anche le donne ne approfittavano per concedersi qualche civetteria: era d’uso infatti rinnovare il grembiule e il cappello di paglia: AD.A
Për anā fnea tsubbrë luz Öru la fënna i s’acëtavan a lë fierë ‘l fudī e ‘l cëpé ‘d palhë k’i arangiavan uz in riban ‘d seë nòu dëlvì. Per andare a far fieno uz Öru le donne acquistavano alla fiera un grembiule e un cappello di paglia che arricchivano con un giro di nastro di seta nuovo.
Le donne con bambini piccoli salivano uz Öru con la culla e si fermavano tutto il tempo necessario a fnea come ci spiega AD.A:
.. cant i lh’erë ‘l tën ‘d fnea tsubbrë luz Öru, la fënna i purtavan amū lë crusà, si l’avìan in pci, alurë i restavan ikiau, cummë tantë Vitorinë i l’à purtà amū ‘l Fredo, cant i l’anavan a mesunā istavà o fnea, alurë si l’avìan ‘l pcì, i purtavan in linsō, i grupavan ‘l linsō tacà d’ün fraisë e i bitavan ‘l pci ikì e u lh’erë pa ikibà.... e i puìan fnea trankìla... .. quando era il tempo della fienagione sopra uz Öru, le donne portavano su il piccolo nella culla, se avevano un bambino piccolo, allora restavano lassù,  come tantë Vitorinë... ha portato su Fredo.... quando si andava a mietere qua sotto o a raccogliere il fieno, allora se avevano il piccolo, portavano un lenzuolo, lo legavano ad un frassino e mettevano il piccolo lì così non era per terra... e potevano lavorare tranquille....
Un’altra mënagerë, Simona Heoud, classe 1922, affida ad una sua poesia la nostalgia struggente del tempo della fienagione:
MEZUN DUZ ÖRU

Mezunëttë mië, mezunëttë mië,
gëmai dlë vië
t’uriu lesà
e pür ä mën sìu anà.
Ä sìu lon ‘d tun lindā
ma mun-z iou i sun ikiau.
Mezunëttë mië
surë tü sia rëstà;
tun furné u fümmë pämé.
L’aurë pasë dran ta portë
k’i l’ē tëgiū sërà,
i parlë du tën päsà
u lë vuà ‘d tan gën,
notrë gën, k’i adusmën
i s’ën sun mèi n’anà.
Sü ma muntanhë
laz aiga i sun fréicia,
lu pra i sun vē
la flū i sun parfümà
e din ‘l sē tuplën blö
lë nh’à tan d’etera!
Adiö, ma bellë muntanhë!
Ä t’ei lesà mun cör!
CASA DUZ ÖRU

Casetta mia, casetta mia,
giammai nella mia vita
t’avrei lasciata,
eppure me ne sono andata.
Sono lontana dalla tua soglia
ma i miei occhi sono lassù.
Casetta mia
sei rimasta sola;
il tuo comignolo non fuma più.
Il vento bussa alla tua porta
che rimane sempre chiusa,
parla del tempo passato
con la voce di tanta gente,
la nostra gente, che pian piano
se n’è andata.
Sulla mia montagna
l’acqua è fresca,
i prati sono verdi,
i fiori profumati
e nel cielo di un blu profondo
infinite sono le stelle!
Addio, mia bella montagna!
Ti ho lasciato il mio cuore!
AL.A così ci descrive quelle giornate: 
Lu setū lë nh’avìë du Viarā për ‘l sei d’òu, pa ‘dran, dato kë dran ‘l sei d’òu i s’puìë pa sea, pöi apré ku matin ikì anavan tu a sea, ke k’i lh’eran pa bun prënìan ‘d setū, lu fäzìan dormī, lu fäzìan mingiā e lu dunavan mèi cokkë ciozë... du giū lë s’tapavë avà tut, si lë fäzìë bé du sei d’òu anā dekì ‘l set o l’öccë d’òu lë s’talhavë dë slë Roccë dekì u Pra Cërìë d’Arèirë, tu chà.




Si fäzìë pa mové tën, però dran ‘l sei d’òu lë s’puìë pa anā alurë co giū ikì i chavan tuzë, ëfan, fënna, omme, k’i puië rëblā la grulla lë chavë, s’anavë amū dekì a lë simmë e për Sän Lurën i lh’erë tut avà, si bastavë pa s’alvā a trèi-z ura u s’alvavan a dua e dümì ma.… apré i l’aribavë giò l’öccë, alürë vëntavë pöi giò sea ‘d matin pöi premegiū anā fnea përké tü aribava ënvirën ‘d Sän Lurën, uz Öru in an nu savìan pa ënté bitā la trusa, ma lë nh’avìë ‘d sëntënìë ‘d trusa, ikì o Gran Bäcià
k’lë nh’à co gran carà ikì e pöi tsubbrë i lh’erë tuttë in trusa, can nu l’aribavan a lu Pra Cërìë ikiau nuz ën tiravan ünë për cò, lë vëntavë la lesā ikì, tü savìa pa ënt’la bitā, i s’cunesìan, la banata i sun marcà!!





Fussë nu, nu l’arpliavan tutta avà sü lë grangë ikì sü ‘l Gro Clotë, nu la bitavan tutta ikì nu, e pöi mi sun aribà a fa trèi viagge... i l’aribavë ikì apèinë ver cattrë ura : “Oh, vo a fā in viaggë!”, turnavu amū turnë a prënnë cattrë trusa;


D’matin, din ‘l tën kë lë bestië maciavë, t’anava a defā ‘d trusa, apré, pèina finì ‘d defā ‘d trusa nu cërgiavan l’ane e nu l’anavan amū, s’l’avìa ëncà cattrë d’anā a prënnë vëntavë anā a la prënnë e mnì avà, pöi partìan pöi tuzë.... pöi plü bé i lh’erë ëncà can tü l’anava a mesunā ‘d matin e ‘d
i
Dei falciatori ce n'erano che venivano dal Villard per il sei di agosto, non prima, dato che prima non si poteva, poi quel mattino andavano tutti a falciare e quelli che non ce la facevano prendevano dei falciatori, li facevano dormire, li facevano mangiare e gli davano qualche cosa... due giorni e si buttava giù tutto, se faceva bel tempo dal sei di agosto al sette o l’otto si tagliava da sulla Roccë fino a Pra Cërië d’Arèirë, tutto falciato.

Però prima del sei di agosto non si poteva andare, allora quel giorno falciavano tutti, bambini, donne, uomini, tutti quelli che erano in grado di farlo falciavano, si andava su fino in punta, per San Lorenzo era tutto giù, e se non bastava alzarsi alle tre di mattino ti alzavi alle due e mezzo, dopo arrivava l’otto (di agosto) e allora bisognava falciare di mattino e poi nel pomeriggio andare a raccogliere il fieno perché intorno a San Lorenzo, uz Öru non si sapeva dove mettere le trusa, c’erano centinaia di trusa, al Gran Bäcià dove c’é un pianoro, e poi sopra, era tutto una trusë, quando arrivavamo da Pra Cërië, da lassù ne tiravamo giù una per volta, bisognava lasciarle lì, non sapevi dove metterle, le riconoscevamo dalle banata che erano marcate!!

Fosse noi le tiravamo tutte giù davanti alla grangia, lì sul Gran Clotë e le mettevamo tutte lì, e io sono arrivato a fare tre viaggi ... intorno alle quattro dicevo: “Oh…. vado a fare un viaggio!” poi tornavo di nuovo a prenderne altre quattro.

Alla mattina, mentre le bestie mangiavano, andavo a disfare la trusa, poi appena finito si caricava l’asino e andavamo su, se ne avevamo ancora quattro da andare a prendere, bisognava andarle a prendere e venire giù, più tardi partivano poi tutti .... e il più bello era ancora quando andavi a mietere di mattina e poi nel pomeriggio andare su a raccogliere il fieno dopo aver pranzato, stanco, con un caldo, un caldo… e polvere, ma facevamo poi la “doccia” quando arrivavamo la sera …! (ironico)
L’importanza di questo lavoro era tale da indurre il parroco del paese, don Brunatto, a dispensare i fedeli dal presenziare alle funzioni domenicali un anno in cui le condizioni meteorologiche erano state particolarmente sfavorevoli, come ricorda AE:
“Du sei d’òu dekì a Notrë Dammë si lë nh’avìë pöi ünë dimëngë ën bemē, këllë l’ezistavë pa mèi, ünë fatigghë estrodinerë, i fniavan tuzë, i l’anavan tuzë cummë ‘d danà, mi savu kë lh’erë mèi ‘l tën du fën istavà, ünë smanë, i l’avìë mèi fa movē, lë nh’avìë mèi tut ‘d fën än l’èrë, lë gën i l’avìan pa pugǘ anā a fnea, nu sën anà a lë mèisë, lë nh’avìë don Brunatto e don Brunatto nuz a dì “Siete dispensati, arplià votrë fën, përké  ‘l tën u v’à pa giuà”. Tan lë dimëngë matin tu ‘l mundë l’anavë a fā ‘d matinà, pèinë pèinë k’l’erë giū dekì a nau ura e dümì, s’anavë sea eh... lë nh’à pa ‘d Bun Diö’ikì eh... pöi premegiū këllu k’i l’avìan brëmën ‘d fën l’anavan mèi ëncà n’ën fā.
Dal sei di agosto fino all’Assunzione se c’era una domenica di mezzo, quella non esisteva. Una fatica straordinaria, tutti raccoglievano il fieno, andavano tutti come dei dannati. So che era il tempo di raccogliere qui sotto, aveva fatto brutto tempo, c’era tutto il fieno in aria, la gente non aveva potuto raccoglierlo, siamo andati a messa e c’era don Brunatto e don Brunatto ci ha detto: “Siete dispensati, andate a raccogliere il vostro fieno perché il tempo non vi ha aiutati”. La domenica mattina tutti andavano a fare la mattinata, appena appena si faceva giorno fino alle nove e mezza si andava a falciare l’erba, non c’é  Buon Dio che tenga, e al pomeriggio quelli che avevano tanto fieno andavano poi anche a farlo.
ll trasporto di tutta l’attrezzatura per raccogliere il fieno, le lea, le banata, i ratiòu, era generalmente fatta a basto, solo ai muli più recalcitranti si faceva trascinare una slitta su cui veniva fatto il carico. L’operazione doveva seguire un certo ordine e AL.A ce lo insegna:
Për cërgiā ‘l mü për anā uz Öru nu bitavan la banata, du pariòu për càirë grupā u la cumanda përké ‘l ba u l’avìë cattrë corda e i s’mëndavan la cumanda du ba, nu grupavan du d’ün càirë e du dl’autrë, pöi lë s’bitavë ünë leë clottë u murë d’arèirë e apré can nu vurìan n’ën bitā, lë nh’avìë dua maniera d’ën bita: këllu k’lë s’bitavan ün’autrë u clottë e pöi ün’autrë ën buciun sü o n’autrumën can nu n’ën bitavan cattrë, nu n’ën bitavan a fetrë,  n’ën bitavan ünë d’ün càirë, ünë dl’autrë, vëntavë laz ëncastra, e l’autrë t’lë bitavë arversë sü e t’ën bitava cattrë, cattrë lea e cattrë paré ‘d banata, pöi lë s’bitavë ëncā ‘l culìë, përké ‘l ba u l’avìë ün petrà ‘dran, u pasavë l’estumà dlë bestië.




Ün an, nu l’avìan Franco pci, ieru ikì ën trën a cërgiā dran lë grangë e nh’a ün kë s’ē stà ikì, mi bittu ünë leë, pöi bittu l’autrë, pöi l’autrë, pöi l’autrë e kekì u m’becavë, pöi l’ei bità du pariòu ‘d banata, l’avìu ‘l cro, tappu ‘l cro e ié  : “Ma non ha ancora finito di mettere roba su  quel mulo? Ma lei é  matto!!” lh’ei dì : “Il matto é lei, perché io quando sono arrivato lassù il mulo lo metto all’ombra mentre io devo raccogliere il fieno e devo prepararlo per caricare, lui ci guarda lavorare” e magari l’avìu giò fa lë nö... përké  kë k’lë fäzìë.. lë fäzìë bramën d’ëmbarà, ‘d volümmë, ma i lh’erë pa pöi..., përké  la lea i lh’eran pa pöi ‘d grosa lea, gran pei i fäzìan pa, i l’avìan pa in kintà për bestië
Per caricare il mulo per andare uz Öru si mettevano le banata due paia per parte legate con le cumanda, perché il basto aveva quattro corde che si chiamavano le cumanda del basto e si legavano da una parte e dall’altra, poi si metteva una slitta piatta girata davanti dietro e dopo, quando volevamo aggiungerne, c’erano due modi, quelli che ne mettevano un’altra piatta e poi dopo un’altra al rovescio o se no quando ne mettevamo quattro le mettevamo a fetrë (*), una da una parte e una dall’altra, bisognava incastrarle, e poi un’altra rovesciata sopra e ne mettevi quattro, quattro slitte e quattro paia di banata, poi si metteva ancora il culìë, perché il basto aveva un pettorale davanti che attraversava il petto della bestia.

Un anno quando Franco era piccolo, ero lì intento a caricare davanti alla grangia e c’é  uno  che si é  seduto lì, io metto una slitta, poi metto l’altra e poi l’altra e un’altra ancora e quello mi guardava, poi metto due paia di banata e poi dopo avevo la culla, butto la culla e quello “Ma non ha ancora finito di mettere roba su quel mulo? Ma lei é matto!!” gli ho detto “il matto é  lei, perché io quando sono arrivato lassù il mulo lo metto all’ombra mentre io devo raccogliere il fieno e devo prepararlo per caricare, lui ci guarda lavorare!” e magari avevo già fatto la notte (faceva i turni alla centrale elettrica ndr), perché cosa faceva, faceva soprattutto tanto volume, ma non era poi così pesante, non erano grosse slitte, non ce n’era un quintale per bestia.
(*) a V rovesciata, come un tetto (il fetrë é  il colmo del tetto)
Quando le lea da caricare erano tre, il carico seguiva un’altra procedura come ci spiega AD.A:
Lë bestië i s’cërgiavë u ‘l bā, maké ‘l bā, pa lë culanë e tü grupavë giò ünë leë a la corda du bā, tü bitavë lë leë plattë, pöi turnavë n’ën bitā ün’autrë sü lë leë sü këllë ikì mèi drèitë parìë, pöi tü n’ën rvërsava ünë sü lë sgundë, trèi, lë s’grupavë biën, tsu lë pansë dlë bestië lë s’fäzìë pasā lë cordë e i s’grupavan giò k’i füssan biën solidda, k’i l’anëssan pa arèirë e pöi lë s’infüstavan din la banata, ma dran kë bitā lë prëmierë leë lë s’grupavë giò ünë banatë për càirë… a lë fin lë s’bitavë ëncà lë culanë dlë bestië për mnī avà tirā la trusa, vëntavë pa l’esüblea këllë ikì e lë s’anavë amū parìë, pöi ikiau lë s’bitavë lë bestië tëcà d’ünë plantë din ‘l pra, n’otrumën i s’lesavë din l’etablë .
La bestia si caricava con il basto, solo il basto, non il collare e legavi già una slitta alla corda del basto, la mettevi piatta, poi tornavi a metterne un’altra su quella, anche dritta, poi ne rovesciavi una terza sulla seconda. Si legavano bene, si faceva passare la corda  sotto la pancia dell’animale perché fossero ben stabili, che non scivolassero indietro, poi si infilavano le banata, ma prima di mettere la prima slitta si legavano già una banata per lato e alla fine si metteva ancora il collare della bestia per poter tirare giù le trusa, non bisognava dimenticarlo, e si andava su così, poi lassù si attaccava la bestia a una pianta o altrimenti si lasciava nella stalla.
Quando i prati si trovavano su pendii particolarmente ripidi e si doveva risalire con il fieno, le trusa venivano caricate sul basto e perciò si facevano più piccole. AL.A e AE:
AL.A: Ünë trusë ‘d fën i lh’erë pöi siù sën kilò o pa muntüë, këlla duz Öru, këlla ikì nu la cërgiavan sla lea; këlla kë nu cërgiavan a ba nau, këlla ikì vëntavë la fa pcitta, përké  vëntavë la tapā amū siù bà, cant i l’anavan ikiavà tsu, për muntā i la cërgiavan tutta a ba, fäzìan ‘d trusa, ënvece ‘d fa catorzë brasà, duzzë brasà, s’n’ën bitavan maké öccë o dē si lh’eran brasà ‘n po plü pcitta, ké oh, lë vëntavë la cërgiā siù l’ane, ün d’ün càirë e l’autrë dl’autrë lë vëntavë lë tapā amū sü lë bestië eh...



AE: … e cërgiā i lh’erë pa fasìlë, i lh’eran la mèima banata, këstiun i restavan... ansì, si lh’erë pa tan dürë, lë trusë, i rëstavë ëncà mèi siù ba, i turnavë pa nhankë tan arèirë, përké  can nu muntavan amū ikì... mun papà i fäzìë virā lë trusë e pöi nu fäzìë muntā sü për znhacā e fā ‘l postë e lë trusë s’ëncastravë biën, apré ié i sëravë u la dua corda e lë trusë i rëstavë biën. 



AL.A: Però vëntavë tëgiu lë tënì ën bìlikë, si tü l’avìë inë bravë bestië..., iellu i l’avìan ‘l Nini k’i lh’erë cummë ünë tota, i curìë… i purtavë kla trusa ...
AL.A: Una trusë di fieno era sui cento chili, quelle duz Öru che caricavamo sulle slitte, perchè quelle che caricavamo sul basto no, quelle bisognava farle più piccole, perché bisognava buttarle su sul basto, quando andavamo là sotto, per salire le caricavamo tutte sul basto, facevamo delle trusa, invece di quattordici o dodici bracciate se ne mettevano solo otto, o dieci se erano bracciate più piccole, che oh, bisognava caricarle sull’asino, uno da una parte e l’altro dall’altra bisognava buttarle su sulla bestia.

AE: …e caricarle non era facile... erano le stesse banata, solo che rimanevano… così, se non era tanto dura la trusë restava meglio sul basto, non tornava tanto indietro, perché quando salivamo su di lì mio papà ci faceva girare la trusë sottosopra e ci faceva salire sopra per schiacciarla bene e fare del vuoto così si incastrava bene, dopo chiudeva le due corde e la trusë restava fissa.

AL.A: Però bisognava sempre tenerla in bilico, se avevi una brava bestia..., loro avevano Nini, che era come una signorina, correva... portava quelle trusë....
Quando invece si dovevano tirare giù le trusa da un pendio particolarmente ripido come lë Dré, si tiravano le slitte a mano. Ancora AL.A ed AE:
AE: ‘l darìë co kë nu sën anà fnea a lë Dré, sëré du sincantëcattrë, sincantësink, ma ünë cërū, ünë cërū, tremendo i lh’erë, nuz avën scapà ‘d disperasiun, nh’avìë ëncarë ünë linsurà, n’avën fā ünë cüccë, nu l’avën lesà ikiau, i l’è ëncà ikiau iöirë, nh’avìë ünë cërū, ikiau tü lh’era pëndurà, in suré pican, ma in suré  pican...



AL.A: Si përké dësandë i davà për lu Crō i lh’erë pa pöi tan… u la trusa ...  vëntavë la tirā, ‘l prumìë an k’lh’erë iellë i lh’ei dunà ‘l vī, përké mi n’ën bitavu dua trusa e i lh’ei dì “Can... pasà ikì, ënt’lh’erë, lèisë anā, tënte pa, lèisë maké anā” iellë na, i l’ē ità siù liun iellë, për dirë ‘d tënì.




Ohp! pasà dl’autrë càirë din lu buesun, i lh’erë tuttë esgrafinhà, tuttë... pënsë…, ma lèisë anā, lèisë maké  itā, ma iellë ünë fiffë nherë... ikì i l’ē tut notrë eh, ün an tiravan i sevé  dëkì u Crō, iellu n’ën tiravan avà ünë për ünë, iellë e sun papà, e mi n’ën bitavu dua e pöi nuz aribavan avà n’avìan giò can ‘d trusa e i l’è dré, lë vëntavë esë ën pòu... e pöi n’ën pasavan i sevé ‘tsubbrë la grangia ‘d Grangë Garnìë, in an, e pöi nu mnian a prënnë lë vië isì…


in an pasavan ‘tsu la grangia, k’i l’avìan ‘l blà, nh’avìë ‘d blà tsu, përké  lë nh’avìë tut ‘d cian, alurë ün an la tiravan isevé ünë për co, e l’autrë an d’apré nu pasavan avà u fū... tan dran la porta nu lesavan pa pasā, i lh’erë pa ‘l pasaggë, nhënca u
lë bestië vuantë i t’lesavan pa pasā,





ün an düvìan pasā u la lea u lë bestië cërgià, e nh’avìë këllë tèrë, i l’avìan travalhà, e ‘d co la bestia i truvavan këllë tèrë ikì magari i s’cugiavan,  nu lh’eran pasà ilevé për lë vië pöi nu muntën ëntrë ‘l fū... niente da fare, o per carità! U l’unclë Luì Valori e tantë Rosinë si tü l’avìa pa ‘l dré tü pasava pa...
AE: L’ultima volta che siamo andati a raccogliere il fieno a lë Dré, sarà stato nel cinquantaquattro, cinquantacinque, un caldo, un caldo tremendo e siamo scappati dalla disperazione, c’era ancora una linsurà ne abbiamo fatto un mucchio e l’abbiamo lasciato lassù ed é ancora lassù adesso. C’era un caldo! Lassù eri come appeso, un sole a picco...

AL.A: Perché scendere giù per il Crō non era poi tanto facile... con le trusa... bisognava tirarle a mano. Il primo anno che c’era lei (Esterina) le ho dato il giro, perché mettevamo due trusa e le ho detto “Quando passiamo in quel punto lascia andare, non tentare di tenere, lascia solo andare”, ma lei no, lei é  salita sul pattino della slitta, per fare in modo da tenere e ohp!

É  passata dall’altra parte in mezzo ai cespugli, era tutta graffiata, tutta ... pensa un po’... ma lascia andare, lascia solo stare, ma lei una fifa nera ... lì é  tutto nostro e ne tiravamo in qua fino al Crō,... loro ne tiravano giù una per volta, lei e suo padre, io ne mettevo due e poi arrivavamo giù e avevamo già le altre, ed era poi diritto, bisognava essere abili... e poi passavamo in qua sopra le Grange Garnìë,

un anno, e poi venivamo a prendere la via in qua, e un anno passavamo sotto le grange, quando c’era la segala seminata, c’era tutta la segala lì sotto, erano tutti campi, allora un anno si tiravano in qua una per volta sopra le grange e l’anno dopo (*) passavamo al forno, tanto davanti alle porte non ci lasciavano passare, non c’era passaggio, nemmeno con il mulo scarico ti lasciavano passare,

un anno dovevamo passare con le slitte e il mulo carico e c’era quella terra, avevano pulito i campi e alle volte il mulo, quando trovava quella terra magari ci si rotolava sopra, ed eravamo passati in là per la via e poi saremmo saliti tra il forno e... ma niente da fare, oh per carità! Con l’unclë Valori e tantë Rosinë, se non avevi il diritto non passavi.
(*) La segala era coltivata ad anni alterni: sui campi a garau, dove cioè dovevano praticare ogni anno la stessa coltura, si poteva passare con il mulo e le slitte durante l’anno di riposo.
Il trasporto da uz Öru fino a casa si effettuava facendo dei treni di tre o quattro slitte, una legata all’altra con i garoze. La prima era sempre la slitta più robusta, perché  doveva reggere lo sforzo maggiore dovendo trainare le altre. Man mano che si usuravano, quando erano diventate dei viurun, cioé delle vecchie slitte cigolanti, venivano attaccate per ultime. Inoltre l’ultima trusë non veniva legata alla slitta in quanto più a rischio di ribaltamento nelle curve, nel qual caso non avrebbe coinvolto anche le altre.
Mi ricordo ancora quando, da bambina, per scendere lungo la ripida mulattiera, mio nonno mi sistemava in cima alla trusë e appollaiata là in cima, reggendomi forte alle corde delle banata con il fieno che mi bucava la pelle, spettatrice privilegiata, potevo osservare a mio agio quanto avveniva intorno a me. Ricordo lo sforzo del mulo nei tratti più pianeggianti, con la testa bassa e il collo tutto proteso in avanti, e la fatica di mio nonno quando, nei tratti più ripidi e nelle curve, doveva tenere con forza le trusa perché non prendessero l’abbrivio o non si rovesciassero. AD.A ricorda che sua madre dalle baite l’accompagnava un tratto per aiutarla a superare le difficili e ripide curve dla Luziera, per poi risalire all’alpeggio e prendersi cura delle mucche.
-ALA: Duz Öru mi n’ën purtavu giò avà cattrë trusa, ma nurmëlmën lë s’mnìë u trèi. L’ei ësaià dë mnì avà in co u sink, sun aribà a mezun l’ën avìu maké plü k’cattrë, din lë cumbë ‘d Sänt’Ännë lë dërierë, i l’ē pasà avà din lë cumbë,  l’ei pa dì rën a mun papà, sun anà avà a prënnë la banata e ‘l fën l’ei lesà ikì, d’espërimën kë... si mun papà savìë k’i l’avìu pikëtà ünë trusë u m’fäzìë lu cumplimën...



-Për cërgia lë trusë i s’bitavë ‘d flan pöi lë s’bitavë lë leë për parìë e pöi apré lë s’viravë.

Pöi vëntavë pumea lë trusë përké  ‘l fën lë s’përdessë pa për la via.



-Duz Öru la trusa i s’lësavan u Cumbaré e pöi la tiravan isevé  ünë për co, i s’detaciavan lu garoze e pöi ünë për co, tü aribava din lë grangë, tü dresava la trusa laz üna cuntrë laz autra, përké  pughëssa rëstā tutta, tü garava lë leë e tü lë purtavë dran lë portë.


-Ënviran dla sèi-z ura, parìë, sèi-z e dümì, alurë lë nh’avìë magari sink u sei k’anavan avà, si nh’avìë ün kë crëpavë in garò o kë krëpavë ünë sērë, ‘l blucavë tut ‘l trafik, pa rën a fā, pöi apré alurë: “Di! Tü l’a in garò? Lë nh’à cocün k’i l’a in garò?” Mi l’avìu tëgiū ‘d garoze siù ba e alurë “Uai, uai, si l’ē maké in garò lë vèi!” e si l’ē lë leë e beh, nu rëvìën lë trusë, nuz alierën ünë trusë maké për pughei anā, përké si lë leë i lh’erë ruttë i lh’erë ruttë, vëntavë l’alerā, lë revìa, për pughei pasā .



-‘l tën kë tü bitava depën lë bestië kë nh’avìë, si nu l’avìan pa ‘d rëncuntre, përké can tü l’anava amū l’apremegiū si nh’avìë giò kë mnìan avà i lh’erë ünë granë përké tü l’aribava ikì u Drügìë vëntavë becā si nh’avìë pa k’aribavan, ikì i lh’erë etré  …..




-AD.A: Për mnì avà duz Öru lë s’bitavë trèi trusa, lë nh’avìë këllu k’ën bitavan cattrë, lë s’fäzìë ‘l tren për purtā avà la trusa u lë bestië dran e vië, lë s’fäzìë la devirà, ‘d co lë nh’avìë ün garò k’sutavë alurë lë nh’avìë l’autrë ‘d rizervë siù ‘l bā dlë bestië, u s’ciängiavë e vië.



-Din la devirà dla Luziera, u Gro Mū e u Pci Mū, si u lh’eran ën du, ün i mnavë lë bestië, lë miorë, e l’autrë u s’tënìë a càirë dlë prumierë trusë për lë ghidā e l’ärtënī. Can lë nh’avìë ün suré u l’artënìë lë trusë ën tënën l’etaccë për ghidā lë miorë k’i savìë giò ënté  k’pasā, pa prënnë la devirà tro largia. Can la trusa i curìan trò, lë nh’avìë mèi lë bestië k’l’artënìë u ‘l dërèirë.


-Cant i l’aribavan a lë mezun, ünë apré l’autrë, nu isì u Ser nu lesavan la trusa ilà tsu ‘l Mē, nu n’ën fäzìan maké tirā ünë për co përké i lh’erë plütò clot alürë lë s’n’ën bitavë giò ünë din lë grangë e pöi nu turnavan ilevé a prënnë laz autra ünë apré l’autrë... apré lë s’bitavë lë bestië din l’etablë e d’nö u d’matin bunurë lë s’anavë defā... mi e mun papà lë s’defäzìë la trusa e i s’tapavan avà din lë fënherë. Pöi lë s’turnavë a grupā la banata e i lh’eran giò turnë presta për l’otman. 
-ALA: Duz Öru io portavo sempre giù quattro trusa, ma normalmente se ne portavano tre. Ho provato a venire giù una volta con cinque, ma arrivato a casa ne avevo solo più quattro, l’ultima nella comba di Sant’Anna é volata giù, non ho detto nulla a mio padre, sono sceso a prendere le banata e il fieno l’ho lasciato lì, esperimenti che... se mio padre avesse saputo che avevo fatto precipitare una trusë mi avrebbe fatto i complimenti....

-Per caricare una trusë si metteva sul fianco e poi si metteva la slitta contro e si girava.
Poi bisognava togliere con il rastrello il fieno in eccesso perché non si perdesse per la strada.

-Duz Öru le trusa si lasciavano lì al Cumbaré e poi si tiravano in qua una per volta, si staccavano i garoze e una per volta arrivavi nella grangia e le drizzavi le une contro le altre, perché potessero restarci tutte, toglievi la slitta e la portavi davanti alla porta.

-Intorno alle sei di sera, sei e mezza, allora c’era già qualcuno che iniziava a scendere, se ce n’era uno che rompeva un garò o una sella, bloccava il traffico, niente da fare, poi dopo allora chiedeva “Di, hai un garò? C’é qualcuno che ha un garò? “ io avevo sempre dei garoze sul basto e allora “ Si, si, se é solo un garò va bene!” e se era la slitta, beh, la tiravamo da parte, la scartavamo di fianco, solo per poter passare, perché se la slitta era rotta non si poteva fare nulla, la scartavamo per poter passare.

-Il tempo che impiegavi dipendeva dalla bestia che c’era, se non incrociavi nessuno, se non avevi problemi... perché quando andavi su nel pomeriggio, se c’erano già quelli che venivano giù era una grana perché tu arrivavi al Drügìë bisognava guardare che non arrivasse nessuno, lì era stretto …

-AD.A: Per venire giù duz’Öru si legavano tre trusa, c’erano di quelli che ne mettevano quattro, si faceva un treno, così si portavano giù le trusa con la bestia davanti e via, si facevano le curve, ogni tanto c’era un tirante che saltava e allora bisognava avere l’altro di riserva sul basto della mula, si cambiava e via.

Nelle curve dla Luziera, al Gro Mū e al Pci Mū, se eravamo in due uno teneva la bestia, la mula, e l’altro si teneva a lato della prima trusë per guidarla e trattenerla. Quando era uno solo tratteneva la trusë tenendo la briglia per guidare la mula che sapeva già dove passare, non bisognava prendere le curve troppo larghe. Se le trusa correvano troppo c’era anche la bestia che la tratteneva con il posteriore.

-Quando si arrivava a casa noi qui al Ser le lasciavamo sotto al i, si lasciavano le trusa e se ne faceva tirare solo una per volta perché era piuttosto in piano, allora se ne metteva già una nella grangia e poi si tornava in là a prendere le altre, una dopo l’altra, dopo si metteva la bestia nella stalla e la sera o di mattina presto io e mio papà andavamo a disfare le trusa e le buttavamo giù nel fienile. Poi si ricomponevano nuovamente le banata ed erano pronte per il giorno dopo.
Tutto il fieno accumulato duramente da tutta la famiglia nel breve periodo estivo, veniva poi distribuito alle bestie in razioni  giornaliere durante l’inverno, in genere erano le donne che attendevano a questo compito:
-AD.A: Din l’ità i s’bitavë tuttë lë familhë a arplea ‘l fën, e pöi din l’üvē ünë tokë d’ünë fënnë i tiravë avà tut ‘l fën, i cüravë lë fënherë, ün giū apré l’autrë, dunā maciā la bestia.  I lh’eran tultën la fënna, i l’anavan giò fa lu bueriòu ‘d matin pöi la linsurà, i fäzìan mèi la linsurà, ‘l bueré l’è lë pursiun ‘d fën k’lë s’dunavë a lë vaccë. Ciakkë vaccë i l’avìë sun bueré. Për fa ‘l bueré  vëntavë ‘l lìa, lë nh’avìë ‘l lian, ‘l lian i lh’erë dua pinhà ‘d palhë ‘d blà tultën, palhë longë, pöi lë s’grupavë, n’otrumën u s’tursìë ünë pinhà din l’autrë pöi tü l’etëndìa ikì e tü bitavë tun fën din, tü ‘l grupava, e ikì u lh’erë ‘l bueré .


-AE: Din l’üvē  la fënna i tiravan avà tut ‘l fën, tu lu matin, e prënìan pöi ‘d fré  anā a lë grangë, l’aprëstā e tut, lë nh’avìë ‘d prënnë ‘d fré  tëriblë, fā in bueré, pöi n’ën fā in autrë, pöi ün autrë, pöi vëntavë aprëstā lë linsurà, pöi lë nh’avìë kla mezun tutta eparnà, tutta decuatà ‘dran, ‘d co lë nh’avìë ‘l runflë, nh’avìë ëncā ünë brizë ‘d neë sü, ‘d giarà.
I l’avìan ‘d vaccia slon ‘l fën k’i l’avìan, lë nh’avìë pa nhëngün k’l’aciatavë ‘l fën, alurë i tënìan ‘d bestia slon ‘l fën k’i l’avìan...




-AL.A :
Nurmëlman për evernā ünë vaccë, i parlavan ‘d set trusa për ünë vaccë ma i bastavan pru pa... dizìan set trusa ma vëntavë k’i fussan giò ‘d bella trusa, set i bastavan pa ‘d sëgü, i lh’erë ‘l minimo, i sörtìan ‘d primmë k’i lh’eran màigra cummë ‘d.... , vëntë vèi ‘l bueré k’i fäzìan, mi cant anavu fā lu bueriòu ma mamà dizìë ‘giu “Oh ma tü fa ‘d bueriòu kë lë nh’à pa muìën d’lu tapā slë crusòurë!!”  lë crusòurë.. lë nh’avìë la crëppia alurë lë fäzìë ünë ciozë sü e ünë ciozë tsubbrë, kënkì i lh’erë lë crusòurë, nh’avìë ün përtü k’i bitavan l’etaccë, alurë mun bueré  lë vëntavë k’u fëghëssë ‘l vī ... mi fäzìu pa tan economìë ...



-Lë bëcësà i s’fäzìë u ‘l pusìë, l’arcò, laz urëlha d’ane, la fëlha d’ungla, oh! Ikì fäzìë ‘d là ...(ironico) u lh’erë ün nütrimën special, epürë ma nona i l’avìë këllë baciasà… i lh’eran ubligià a s’mingiā, i l’avìan pa d’autrë...




Për la fea i parlavan ‘d trèi trusa, ma a la fea i fäzìan maciā ‘n po’d’erbë ‘d tartiflë, fëlha du fraisë, i la tnian aleggra la fea ... (ironico)  oh a la fea dunavan pa trò... i la tnian proppi aleggra aleggra la fea oh ia ahi ... lë nh’avìë ‘d co k’i përdìan lë lanë, lë feë i l’ē ità ‘giù ‘n po maltratà, pèina nh’avìë ün bücé d’erbë ‘d primmë, vië la fea, alurë ikì la cumansavan pöi, lë feë i l’avìë lë campanhë d’ità bundrën plü longë përké i dizan cant ‘l gruzlìë u brottë lë feë mingiottë, cant ‘l gruzlìë u flürì lë feë i s’ciavì.
-AD A.: Durante l’estate si metteva tutta la famiglia a raccogliere il fieno e poi d’inverno una donnina sola tirava giù tutto il fieno, svuotava il fienile un giorno dopo l’altro a dar da mangiare alle bestie. Erano sempre le donne, andavano a preparare le porzioni la mattina e le sistemavano nei lenzuoli, ogni mucca aveva la sua porzione. Per fare la porzione bisognava legare la bracciata con il lian, che era costituito da due pugnate di paglia di segala, paglia lunga, si legava o altrimenti si torceva una pugnata nell’altra, si stendeva, si metteva il fieno sopra e si legava: quella era la porzione.

-AE: Durante l’inverno le donne tiravano giù tutto il fieno, tutte le mattine, e ne prendevano poi di freddo andare alla grangia, preparare tutto, c’era da prendere del freddo terribile, fare una porzione, poi un’altra, poi bisognava preparare le linsurà, e poi c’erano quelle case che avevano delle aperture nel fienile, e a volte c’era il vento, c’era ancora un po’ di neve sopra, del gelo. Avevano tante mucche secondo il fieno che avevano, non c’era nessuno che comperava il fieno, allora tenevano tante bestie secondo il fieno che avevano....

-AL. A: Normalmente per svernare una mucca parlavano di sette trusa per una mucca, ma non bastava... dicevano sette trusa ma bisognava già che fossero belle grosse, sette non bastavano di sicuro, era il minimo, uscivano in primavera che erano magre come...(*) bisogna vedere le porzioni che facevano, io quando andavo a fare le porzioni mia madre mi diceva: “Oh ma fai di quelle porzioni che non c’é modo di buttarle oltre la crusòurë!” quelle traverse sotto e sopra la greppia,  quelle erano le crusòurë, dove si faceva passare la catena per legare la mucca, allora la mia porzione bisognava che passasse sopra, io non facevo tanto economia...

-La bëcësà si faceva con il fieno sbriciolato, con l’arcò, le orecchie d’asino (plantago), le foglie dell’unghia (tussilago), oh faceva latte (ironico), era un nutrimento speciale.... eppure mia nonna aveva quella baciasà... erano obbligate a mangiarla, non avevano altro...

Per le pecore dicevano tre trusa, ma le pecore mangiano un po’ l’erba delle patate, le foglie dei frassini, le tenevano allegre le pecore (ironico) oh alle pecore non davano mica tanto, le tenevano proprio allegre allegre le pecore oh ia ahi... c’erano delle volte che perdevano la lana, le pecore sono sempre state un po’ maltrattate.... appena c’era un ciuffo d’erba in primavera via le pecore e allora lì incominciavano poi, la pecora aveva la stagione estiva molto più lunga perché dicevano che quando il ribes germoglia la pecora mangiucchia, quando il ribes fiorisce la pecora si pasce.
(*) in realtà mentre per una pecora bastavano tre trusa, per una mucca se ne calcolavano circa 15/16 anche se molto dipendeva delle dimensioni delle trusa: alle mucche si dava di preferenza il fën ‘d metiu, raccolto in basso e spesso trasportato a basto con trusa di dimensioni più modeste.



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