Storie vissute (Oggi)


Intervista di Felice Deyme

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Felice Deyme.
Manovale, operaio, impiegato statale in pensione.
Exilles, 26 Maggio 1993.
 
Oh, per carità! Ne ho viste più che Bertoldo!
Sono nato ad Exilles, il giorno 8 Luglio 1909. Non posso ricordarmi della mia infanzia; a tre anni sono stato un anno in ospedale per via della gamba, ingessato fino al collo. Un anno di ospedale! Ho fatto la coscite. M'hanno portato dal dottore qua, e a quei tempi non c'erano le operazioni proprio, e mi ha curato così; quando poi ha visto che non e'era niente da fare, che la gamba si... mi hanno portato all'Ospedaletto Infantile Regina Margherita, a Torino, e là si trattava di levarmi la gamba; ma sono riusciti a salvarla, così sono rimasto un anno nel gesso. Si vede che ero caduto da bambino, a tre anni, giocando, così, un colpo, non ci han fatto caso, perché non avevo niente. Poi, tutto di un colpo, non potevo più reggermi sulla gamba, la gamba si ritirava perfino, dal male. Ho ricominciato a camminare a cinque anni.
Non ci sarà nessun altro che avrà sofferto come me, qua del paese!
A otto anni mi è morto il padre in guerra: una granata, del '17, al fronte con la Jugoslavia, sul Monte Santo.
Quando avevo tredici anni, è stato il primo anno che han messo la sesta qua, prima c'era solo la terza; allora io ho ancora fatto le classi quinta e sesta. In quel periodo han costruito Villa Ernestina. Ho incominciato così a lavorare, andavo a scuola e lavoravo, stavo là dai padroni, dai signori Macchia. Portavo il secchio di cemento ai muratori, per mezza giornata, e mezza giornata andavo a scuola, vivendo là da loro. C'era solo la signora, perché lui era Procuratore a Milano, poi è diventato Ispettore delle Poste a Torino, Io mi incaricavo anche del giardino, curavo la casa; quando la signora andava via, ero io il "padrone" di quella casa, la conoscevo bene: l'ho costruita! Lui era romano, lei era di Borgofranco di Ivrea, però le origini le aveva qua.
Sono stato fino a diciassette anni con loro, poi sono andato giù ad Alessandria, a Ozano Monferrato, dove hanno costruito la fabbrica dell'Unione Cementi, perché mio zio era assistente dei lavori di costruzione di quella fabbrica. I miei due fratelli erano qui a casa. Il fratello aveva un anno meno di me e la sorella, più giovane, aveva un anno quando è morto il papa. Si chiamavano: Pietro (1910) e Luigia (1916).
Quando mio zio ha visto che ero capace già a fare qualche cosetta sui cantieri, mi ha chiamato e sono andato laggiù. Certo che dispiaceva lasciare il paese, eppure... era per guadagnare qualche soldino...
Dopo aver costruito per l'Unione Cementi, siamo venuti a Torino, a lavorare a Villa Gualino, a San Vito, dove ho lavorato un anno, sempre con la medesima impresa. Non ho conosciuto personalmente Gualino, ma so che aveva una figlia che era cieca, e aveva un figlio che ancora adesso è in Ispagna, non so come mai sia ancora mori d'Italia. Perché Gualino lì aveva avuto delle noie al tempo del fascio; aveva 57  tentato di buttar giù la Banca d'Italia, come aveva tentato di buttar giù un'importante banca in Francia. La Francia l'ha condannato e l'Italia pure doveva condannarlo; allora fra l'Italia e la Francia c'è stato un interrogatorio sul confino di quest'uomo qua. Perché, in quel tempo lì, la Francia lo voleva lei, l'Italia l'ha condannato, ma non l'ha voluto. In quel tempo lì. Ministro delle Finanze a Roma era Thaon di Revel, che, invece, con questo qua si vede che andava d'accordo, perché l'ha preso al Ministero come aiutante del Ministro delle Finanze, perché questo qua era il più grosso finanziere del mondo, a quel tempo. Era socio con la FIAT, con Agnelli, già col papa, quello che è caduto con l'apparecchio.
Sono stato impegnato a Villa Gualino negli anni 1929-30. In quel periodo vivevo a Torino. Mio zio mi aveva messo con mio fratello e con altri due ragazzi dell'impresa di costruzioni, che era la "Bocca e Comoglio". I Gualino avevano una signora veneta, balia e governante di quella ragazza cieca; questa donna aveva due figli, ed era con loro che io e mio fratello abitavamo, nella Villa Ceirano. Gualino aveva comprato tutta la collina di San Vito, prendendo anche quella villa, che era appartenuta alla Ditta Ceirano. E noi, come operai di Gualino, si abitava lì.
Ho dei bei ricordi, ma sono stati anni duri, perché d'inverno bisognava star via, fuori di casa, dove uno non aveva tutte le cure, eh, per carità! Per forza, bisognava andare, perché a casa cosa si faceva? C'era il nonno, che aveva più o meno la mia età di adesso, c'erano la mamma e i tre figli: nessuno lavorava, c'era solo quella pensione di guerra, quello che ci avevano concesso come orfani e tutto, e allora bisognava, per poter... insomma. Appunto per quello che i Macchia mi avevano preso, per aiutarmi.

Si campagna l'avevamo. Ma chi la lavorava? La mamma era sola, il nonno era vecchio, noi eravamo piccoli. Va be' che qui c'era la famiglia materna: c'era mia nonna. Silvia Sigot Reymond, che aveva quattro figli; era la nonna che cercava di aiutare noi altri.
A Exilles non c'era lavoro, c'erano solo i lavori di campagna; come lavoretti, si, qualcosa c'era; per esempio, ho lavorato certe volte in ferrovia, con l'impresa di manutenzione di Bernard Giulio, ma erano piccoli lavori. Oppure si andava a tagliar epa in montagna, ma non era per un ragazzine, per un giovane. Bisognava andar via. Qua è ancora così adesso, cosa può fare uno? Il paese è sempre stato cosi: lavoretti così, ognuno per conto suo a fare qualche cosetta.

Ma in quel tempo si lavorava la campagna e la campagna rendeva. Poi, qua c'era la truppa, c'era il Forte, c'erano tutti i soldati, le cantine, i negozi; se uno, lavorando la campagna, ricavava i prodotti, anche l'uva, li vendeva, poteva vivere; poi, tutti avevano il bestiame, si comperava poca roba, si aveva di tutto. Non c'era miseria. Si comprava lo zucchero... Ma perfino l'olio avevamo! L'olio di noci. Bisognava vedere che noci c'erano! Non c'è più niente, adesso. Avevamo le noci e si faceva l'olio Era solo buono! Per farlo, bisognava andare a Chiomonte. Lo facevano anche qui a Exilles, al torrente Galambra, poi l'hanno chiuso, questo. Non era un mulino, sa un affare di legno, un trave di noce, lungo, appeso; facevano bollire le noci (ma bisognava saperlo fare), che, ovviamente, erano state aperte e pulite prima, poi le mettevano in un torchio, con questo asse lungo, per premerle; le noci calde, non so come le lavorassero, lasciavano andare giù l'olio. Squisito. Poi, alla fine, rimanevano quei tortini di noce, che noi mangiavamo. Quando non c'era niente da fare, d'autunno tardi, d'inverno, si faceva questo lavoro. Poi si andava a Chiomonte, dove c'è stato l'ultimo torchio di noci. Tutti facevano l'olio di noci, qua, una volta. Poi hanno incominciato a tagliare i noci, quando, col commercio, ha incominciato a venire l'olio da fuori.
Come i vigneti. Qua c'erano vigneti perfino dietro Serre la Voute, ancora alla fine "800, dove è riparato dall'aria di sotto, dalla parte di Salabertano; adesso non ce n'è nemmeno di qua, perché più si va giù, più il vino è buono, è migliore e da meno lavoro.
La mia vita ha cominciato a cambiare quando sono tornato qua, dopo la morte della nonna, della mamma, nel '33, e io ho fatto il tutore di mia sorella; mi è toccato di farle da padre. Abbiamo formato un consiglio di famiglia e han messo me come tutore. Ogni tanto dovevo andare in Pretura, perché eravamo orfani dì guerra, eh, si! Io e mio fratello eravamo già via dalla famiglia, a lavorare. Avevamo gli zii a Marsiglia, che, dopo la morte della mamma, han chiesto se mia sorella volesse andare da loro; allora l'ho lasciata andare ed è andata a stare a Marsiglia con gli zii. Le hanno cercato un posto di lavoro ed è sempre stata là, con loro. Ha imparato un po' a servire, e poi si è sposata; avevano un negozio di alimentari, vivono ancora là, adesso. Lui era di Chiomonte, del 1910, Vanelmon Lorenzo; anche lui era andato là, come mia sorella, e, combinazione, si sono conosciuti a Marsiglia. Hanno due figli, che continuano col medesimo negozio.
Nel tempo antico/mia mamma, la gente di allora, tutti qui in paese, in primavera venivano per lavorare la campagna e poi, d'autunno tardi, quando il lavoro era finito, tutti in Francia, tutti. Eh, qua, la vita era quella, una volta! I giovani, d'inverno, tutti via, tutti in Francia, e poi ritornavano in primavera, per aiutare.
Adesso, d'inverno, qua c'è lavoro: c'è il Sestriere e le altre stazioni per lo sport. In quei tempi là, gli sci non c'erano, non se ne parlava nemmeno; c'era solo qualcuno della truppa che aveva gli sci per uso militare. Altrimenti, non si andava sugli sci, non era diffuso come adesso. Allora, d'inverno, cosa si stava a fare?Adesso, invece, trovano occupazioni fin che vogliono, perché d'inverno arrivano tutti a sciare, e i ristoranti aspettano mano d'opera per servire.
In quel tempo là, fino in montagna, vivevano tutti con le mucche, col bestiame, che poi vendevano; a Sauze, a Bardonecchia, si viveva tutto di campagna, nient'altro. E, dalla parte di qua, tutti in Francia. In particolare, verso Lione, piuttosto; so che la gente qua del paese parlava di quello; non tutti nella città di Lione, magari anche nei dintorni. Andavano tutti da servi. Gli uomini cercavano lavoro nelle miniere o nelle campagne; le donne andavano tutte come serve, via.
Mio papa e mio nonno, invece, sono rimasti qua, non hanno dovuto andare in Francia. A mio papa è morta la mamma quando è nato, nell'87; è stato allevato dal nonno. In quell'anno lì, sono morte di parto diverse donne, forse sette o otto, e le donne rimaste si scambiavano le une con le altre i neonati, si mettevano d'accordo per allattare questi bambini, tra cui, il mio papa.
Quando han costruito il vecchio stadio di Torino, mio papa era capo-cantiere, nel '12, in quegli anni lì; io ero al Regina Margherita e mio papa lavorava alla costruzione dello stadio. A mia volta, anch'io non sono andato in Francia, per via dell'infermità alla gamba.
Ho cominciato veramente a lavorare nel '30, con i cantonieri della strada, sulla Statale, quando hanno rifatto la "24", che hanno costruito le varianti e hanno riparato la strada. E del '36 sono entrato come cantoniere; mi han preso perché ero orfano di guerra, perché, con l'infermità alla gamba, non avrebbero dovuto prendermi. Ho avuto cosi la possibilità di scegliere un posto statale; bastava la quinta elementare, io avevo la sesta; ho rifiutato di fare l'impiegato postale, perché ero piuttosto vispo, non mi piaceva la vita sedentaria, allora ho fatto la domanda all'ANAS e mi hanno preso.
Quando si è trattato di andare a lavorare, ho dovuto passare la visita medica all'ospedale militare; lì, nonostante le mie condizioni, mi han fatto abile per media montagna. Mi han dato l'impiego qua e poi, quando son morti gli altri capi- cantoniere, mi han fatto capo-cantoniere e mi han dato anche i "tronchi" degli altri due: avevo tre "tronchi", da Borgone a Claviere e Bardonecchia. Mi muovevo in moto, avevo la moto dell'Amministrazione; abitavo lì, alla Cantoniera di Exilles, sono stato vent'anni là. Avevo le mucche, il bestiame, son stato costretto a vendere tutto e ad andare a star là, per forza.
Mi han messo il telefono, telefonavo all'Ufficio a Torino. Avevo tutta la responsabilità di 70 Km di strada. Ho incominciato da allievo, poi son passato a cantoniere, mi han fatto "scelto", mi han fatto "facente funzioni", poi capo- cantoniere di II classe, poi di I classe. Sopra di me, c'era solo l'Ufficio a Torino, dal quale dipendevo direttamente. Avevo, per controllo e responsabilità, tutto il materiale delle imprese, gli operai, la segnaletica, la pubblicità. Queste sono le noie! Tutti i cartelli pubblicitari, le ditte; ritirare i documenti, scrivere, inviare poi tutto a Torino. Tutte le "gite" degli spartineve, tutta la fornitura delle ditte che portavano materiale sulla strada... Uh, per carità! Avessi da fare adesso quello che ho latro allora!

E' un ricordo tutto triste quello della mia vita. Ho un ricordo buono dopo che mi sono sposato. Allora, eravamo già due famiglie: anche la famiglia della moglie: abbiamo avuto le bambine, avevo l'impiego... Allora, lì si andava bene.
Lì mi divertivo, poi, perché suonavo il clarinetto. Ero l'unico, qui, che suonava il clarinetto, con Giorgio Braze. Si suonava qua, al tempo della guerra, si suonava sempre, per mantenere l'allegria del paese, una cosa e l'altra. Di giorno si lavorava. di notte bisognava suonare, per poter ballare, per tenere divertita la gente. Perché qua, una volta c'erano gli Inglesi, un'altra volta i Francesi, e c'era sempre qualche cosetta per divertire tutto il popolo. Si suonava sempre. Nelle scuole, dove adesso c'è la Sala del Consiglio. Era sempre pieno così! Era l'unico divertimento del paese. Qua si viveva male, a quel tempo lì; non c'era altro.
Ho incominciato a suonare da solo, ho imparato per conto mio. Siccome mio papa suonava il clarinetto, e quando è morto me l'ha lasciato, pian piano mi son messo lì e ho imparato a memoria. Poi, quando sono andato a lavorare a Torino, a Villa Gualino, c'era un maestro, mi sono perfezionato. Poi, sono venuto su, un maestro dopo l'altro, sono sempre stato sotto la guida di qualcuno, e così ho fatto parte della Banda. Avevamo formato la Banda Musicale, qua; eravamo una trentina. Il maestro era il parroco, don Barella; poi c'è stato anche l'ufficiale postale. Bosco mi pare si chiamasse. I suonatori avevano tutti strumenti dei loro padri, perché una volta, qui, era una delle migliori musiche.

Quando mi ricordo io, che ero giovane e andavo a scuola, faceva 2700 abitanti il Comune di Exilles; adesso ne fa quanti: 380? Fuori della truppa. Perché qua c'era tutta la truppa del Forte che facevano istruzioni, venivano a vestirsi e tutto. Qua c'erano tredici cantine e lavoravano tutte. C'erano tutti negozi, per il paese.
No, non piace vederlo così com'è adesso Exilles. Mi ricordo ancora io, ultimamente, quando c'erano tutte le case occupate, aperte, proprio con la gente del paese. Si scambiavano i piaceri uno con l'altro; se una donna arrivava di campagna tardi e doveva ancora mettere a cuocere le patate, chiedeva a un'altra: "Hai due patate di più da darmi?". Si aggiustavano così. Adesso non c'è proprio più. Adesso è tutto vuoto. Adesso chi c'è deve aggiustarsi.
In questi paesi qui si era tutti d'una parentela, alla lunga; ci si sposava tutti del paese, la ceppaia era quella. Io mi sono sposato del '33. Faccio i sessant'anni di matrimonio quest'anno, in autunno. Conoscevo mia moglie fin da quando eravamo bambini. Chi non si conosceva del paese? Tutti i giorni si incontravano tutti. Una figlia, Pierina, è nata del '34, e l'altra. Secondina, del '35.

Io parlo il patois, l'occitano. L'ho imparato vivendo nel paese, dai primi giorni, perché, a quei tempi, si parlava tutto in patois, buona parte, e in piemontese. E l'italiano solo a scuola. L'italiano, allora, non lo sì sentiva parlare, fuori.
In famiglia, coi nonni, con la mamma, tutto in patois, tutto in patois, anche tra fratelli. Poi, quando è nata mia sorella, le hanno già parlato in piemontese. Con le figlie abbiamo parlato in piemontese; con la moglie parlo patois. Tutti quelli più anziani, della mia età, in casa parlano patois.
Adesso si sta cercando in diversi modi di continuare a far parlare patois, sia qua che nella Valle di Pragelato; come qui, in Val di Susa, da Chiomonte in su si parla patois, così di là, da Fenestrelle in su; la loro Alta Valle e questa parlano il medesimo dialetto. Parlano uguale a noi. Anche quando si andava all'Assietta (perché abbiamo la montagna in comunione), venivano su quelli di là, e noi di qua, tutto uguale. C'è qualche cosetta che cambia, ma cambia perfino fra di noi, a Salabertano, a Chiomonte, qualche articolo, qualche cosetta, ma si capisce bene, via.
Da Chiomonte in su, tutto patois, tutto, fino in cima, sia dalla parte di Bardonecchia, che dalla parte di Claviere, Cesana, Sestriere, fino giù a Fenestrelle. E' un dialetto che penso sia quello di là, perché una volta qua era Francia; i nomi che abbiamo sono francesi, è tutto francese. E si vede che è rimasto il dialetto, perché, come parlavano tutti prima, parlano ancora adesso gli anziani; da una generazione all'altra, si è andati avanti così. Penso che una volta parlassero di qua come di là, perché anche in Francia avranno tanti dialetti, come abbiamo noi di qua. Se si va a Briançon, si parla il medesimo patois. Per quel che riguarda il futuro, io vedo che qua, Exilles, sarà sempre l'ultimo paese della Valle. Quello sì.
Anche col fatto che han messo i cervi, i caprioli, i cinghiali, si vede la campagna com'è ridotta! Si dovrebbe ognuno far la recinzione del proprio terreno, perché altrimenti è inutile lavorarlo. Costa più la recinzione di quello che uno raccoglie! Poi, lavorare solo il terreno, qua, non rende più, perché lavorare a mano... Non coltivano nemmeno più in pianura con le macchine, che potrebbe rendere!... Qua si deve far con la zappa, perché pianura non ne abbiamo, per cui sarà sempre uno degli ultimi paesi qua.

Qua si viveva bene una volta, per via del Forte. C'era la Finanza, c'erano i Carabinieri, c'era tutta la truppa. Qua c'erano tre maestri, e adesso, invece, non c'è più lavoro nemmeno per uno. Quando andavo a scuola io, ce n'era sempre 20-25 per classe. Il maestro era don Fontan e la maestra era la signora Genta; io ho fatto tutte le scuole da lei.
No, non ha un bei futuro Exilles, non ha prospettiva. Adesso come adesso, cercano di fare quell'area-giochi, laggiù, col campo da pallone e tutto. Serve per attirare la villeggiatura d'estate. Ma non c'è lavoro. Bisognerebbe creare lavoro: una fabbrica, qualche cosetta da dare occupazione alla gente; invece, qua, al sabato e alla domenica arrivano tutti e poi vanno tutti via, hanno la macchina, è cambiato tutto da una volta. E chissà indovinare come andrà? Se ritornerà come una volta o no non lo si può dire.
Il Forte, se funzionasse di nuovo, potrebbe, non so, funzionare forse in un altro modo. Se non ci fosse il Forte, adesso, dopo che è servito per la truppa, per lasciarlo così... che c'è tutto il terreno di Exilles vincolato, non si può costruire. Se non ci fosse il Forte, sarebbe tutto fabbricato, sarebbe un bei paese.., Forse avrebbero fatto anche qualcosa di differente, essendoci più popolazione. Invece, così, niente. Più c'è gente, più si fa qualche cosetta; così, invece... I giovani son costretti ad andar via, i vecchi muoiono, e qua chi venia? Servirà solo più per villeggiatura. Oppure gente di fuori, da lontano.
Eh, sì! Vediamo tutti quelli che stanno via, che hanno l'impiego via, per esempio, i tre fratelli Marre, i figli di Giovanni; ma tutti, quelli di San Colombano son scesi tutti, son tutti giù nella Valle. Son scesi, han trovato lavoro, han comprato il terreno, si son fabbricati la casa. Chi ritorna a San Colombano e qua? A far cosa? Quelli hanno la residenza, han tutto fuori dal paese. Qua servirà per la villeggiatura. E' un paese perso qua."


Publicata sul sito con l'autorizzazione della famiglia

La tesi (Cultura Occitana e riscoperta: il caso dell'Alta Valle di Susa) di Anna Maria Decorte è costruita con interviste di gente o di esponenti della vita politico-culturale dell'Alta Valle di Susa. Tesi di Laurea, Università  degli Studi di Torino, Facoltà  di Scienze Politiche (2005-2006), Professor relatore Emanuele Bruzzone.










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